#testimonianzepreziose – Accogliere telelavorando al Centro Psico Sociale di Busto Arsizio

L’emergenza COVID 19 ha cambiato il modo di lavorare di moltissimi uffici e servizi. Leggete la testimonianza di Ida Ferro,  Coordinatrice del Centro Psico Sociale di Busto Arsizio. Grazie Ida per il tuo contributo!


“E’ accaduto tutto rapidissimamente: la disposizione di rientrare dalle ferie, il susseguirsi di indicazioni regionali e aziendali, la riorganizzazione delle Unità operative ospedaliere, la nascita ed il moltiplicarsi di reparti COVID nei Presidi dell’Azienda, il trasferimento d’ufficio di colleghi verso questi nuovi reparti dedicati… e noi?!? Come comportarci con i nostri utenti?

Venivamo invitati a proteggerci per non essere contagiati, limitare e controllare gli accessi dei  pazienti, evitare di recarci al loro domicilio se non strettamente necessario: in pochi giorni i nostri pazienti si sono ritrovati a dover suonare un citofono per accedere al nostro centro.  Avevano di fronte operatori in divisa e mascherati costretti a sottoporli ad una serie di domande atte a verificare la presenza di sintomi collegabili alla sintomatologia provocata dal Corona virus e col passare dei giorni il trattamento riservato loro si è fatto sempre più pressante: misurare la temperatura corporea, far indossare a tutti la mascherina, impedire l’accesso al CPS di accompagnatori e limitare il tempo di sosta in sala d’attesa…il marciapiede di Viale Stelvio è divenuto il luogo ove farli sostare in attesa che arrivasse il loro turno di colloquio.

Da luogo accogliente e aperto ci siamo trasformati in un luogo chiuso e insidioso, del tutto inadeguato a favorire e promuovere una relazione terapeutica. Tra noi e il paziente si sono frapposti strumenti barriera quali il citofono e il telefono e poi la mascherina chirurgica, la distanza, il pannello di plexiglass alla reception…

In pochi giorni molti dei cardini su cui basavamo l’espressione delle nostre competenze professionali specifiche sono andati in fumo.

Eravamo Infermieri, medici, assistenti sociali, psicologi, ausiliari, terapisti della riabilitazione psichiatrica smarriti, impauriti e confusi: il mandato del nostro servizio era continuare ad essere un punto di riferimento per i pazienti con disagio psichico, evitando il loro accesso al Pronto soccorso già sotto pressione per i pazienti Covid ma disarmati, senza gli strumenti tipici del nostro lavoro.

Ma certo!!! Possiamo sempre ricorrere alla Telemedicina psichiatrica o alla teleriabilitazione…che ha significato, e significa tuttora, privilegiare il colloquio telefonico con i pazienti per monitorare la loro situazione psichiatrica.

Il risultato? Lunghe telefonate di supporto, conforto, rassicurazione, sostegno per mantenere una continuità assistenziale limitata dalla emergenza sanitaria sopraggiunta.

E quanto ne ha risentito il lavoro d’équipe…

Abituati a riunirci per discutere casi clinici e problemi organizzativi ci siamo ritrovati ad utilizzare una piattaforma per collegarci in videoconferenza dai rispettivi studi: sembravamo alunni di scolaresche indisciplinate quando il Primario ci richiamava a non parlare tutti insieme, a stare lontani tra di noi, a spegnere il microfono mentre parlava qualcuno e a chiedere la parola per parlare…e quanta fatica sostenere una discussione, un ottimo deterrente per ridurre la durata degli incontri anche se in realtà, paradossalmente, è proprio durante questo lungo periodo di emergenza che avremmo avuto maggiormente bisogno di scambiarci pareri, opinioni, condividere operatività che abbiamo costruito giorno dopo giorno per poter lavorare in sicurezza nostra e dei nostri pazienti senza lasciare indietro nessuno.

Oggi, a giugno 2020, non so se ci siamo riusciti, mi piacerebbe chiederlo ai nostri pazienti ma purtroppo, ora che il peggio nei reparti Covid in parte smantellati, è passato, da noi le richieste di visite sono, già da qualche settimana, aumentate anche per il difficile momento dal quale veniamo.

Una cosa è certa: io e tutti i miei colleghi abbiamo lavorato a strettissimo contatto per più di due mesi condividendo stress e timori trasferiti da casa al lavoro e viceversa: la paura del contagio nostro e dei nostri familiari, la preoccupazione per i figli lontani o a casa alle prese con le famigerate lezioni online.

Ad oggi però, anche i nostri pazienti più compromessi, quelli meno avvezzi a seguire norme igienico sanitarie, ci stanno sorprendendo: conoscono tutti i sintomi della patologia COVID, molti di loro si misurano la temperatura corporea tutti i giorni e anche prima di venire al CPS, utilizzano correttamente la mascherina chirurgica e igienizzano le mani autonomamente…anche queste sono soddisfazioni.”

Ferro Ida