Bambini ricoverati: l’importanza del gioco e del sorriso per la cura delle patologie pediatriche

Ultima modifica: 28 Aprile 2022


 Intervista al Dott. Marco Nedbal, Responsabile della Struttura Complessa di Pediatria del Presidio Ospedaliero di Gallarate.


Redazione Web: I bambini si sa sono spesso malati, il loro sistema immunitario è in costruzione e nella maggior parte dei casi queste malattie “stagionali” vengono risolte a casa o con un consulto dal pediatra di famiglia. A volte però è necessario un ricovero in ospedale che per il piccolo può essere un evento molto difficile da affrontare.
Cosa succede a livello emotivo al bambino quando viene ricoverato? Quali sono le sue paure?
Marco Nedbal: Gli esseri umani, ed in particolare i bambini, presentano una caratteristica specifica rispetto agli altri esseri viventi che è quella di possedere un grande numero di meccanismi difensivi tra cui è rilevante quello verso la paura.
La paura può essere provocata dalla presenza diretta o indiretta di un ricordo o dall’associazione negativa con un oggetto, ma può nascere anche solo da una circostanza non precedentemente vissuta e quindi ignota e rischiosa.
Un bambino che entra in ospedale prova paura con una caratteristica risposta spesso irrazionale e difficilmente controllabile al contrario degli adulti che generalmente conoscono l’ambiente ospedaliero e lo vivono razionalmente.
Negli ambiti di ricovero pediatrico l’arredo, il personale e la collaborazione di volontari adeguatamente formati alla relazione permettono una umanizzazione dell’area “sconosciuta” .
Dobbiamo sempre tenere presente che per il bambino è importante non subire il distacco dalle mani sicure della persona di riferimento e bisogna utilizzare ogni metodo a disposizione per evitare esperienze traumatiche e/o dolorose.
Noi, nel Reparto Pediatrico di Gallarate, attuiamo le norme previste dalle direttive “Ospedale senza Dolore” emanate dal Ministero della Sanità nel 2001. Una corretta attivazione di tale percorso riduce l’ansia, la paura e lo stress del piccolo paziente.


RW: Con il gioco si possono superare queste paure o difficoltà?
Marco Nedbal: La presenza di figure specifiche negli Ospedali Pediatrici che si occupano della progettazione dei momenti ludici in modo professionale e il più possibile adatti al singolo bambino o alla specifica situazione è nata in Inghilterra intorno al 1960 con il nome di play worker.
Nel Reparto di Pediatria abbiamo, grazie alla presenza di diverse associazioni di  volontariato (VAMIO, Associazione Valentini, Dottor Sorriso, VIP Verbano) personale che quotidianamente fornisce supporto ai genitori e ai bambini ricoverati attraverso attività ricreative durante tutto l’arco della giornata.
Ritenere che un bambino non necessiti spiegazioni specifiche sulla sua malattia è profondamente errato. Nei soggetti più piccoli la trasposizione e la raffigurazione della malattia attraverso il gioco è talvolta il metodo utilizzato per fornirgli una comprensibile informazione.
Capita giornalmente di avere dei veri e propri professionisti dell’intrattenimento,  come clown, maghi, cantanti o giocolieri che portano un sorriso ai bambini e agli accompagnatori dei bambini ricoverati.
Nei periodi di ricorrenze festive l’attività si incrementa con l’arruolamento di  altre figure, sempre volontarie, che arricchiscano l’offerta ludica e rendano più tollerabile passare giorni di festa in Ospedale ai degenti e alle famiglie. Recentemente abbiamo preparato un pomeriggio, sul tema della festa di Halloween, per poter giocare tutti insieme, medici, infermieri, volontari, genitori e bambini con l’intervento di un professionista delle “Bolle Giganti di Sapone”. Tutti splendidamente truccati e mascherati ci siamo divertiti e trasformato il reparto di Pediatria in un luogo di festa.

 

RW: Il gioco può avere delle influenze positive anche sulla guarigione dei piccoli? Se si, in che modo?
Marco Nedbal: Sicuramente un umore positivo, un basso livello di stress e la riduzione della sintomatologia dolorosa sono associabili a modifiche umorali e ormonali che favoriscono un miglioramento delle funzioni solo apparentemente semplici di un bambino. Banalmente la capacità di nutrirsi  o di riuscire a riposare in modo adeguato possono ridurre i tempi di cura. L’intervento ludico si inserisce nel periodo di ricovero per facilitare questo compito.
Lavori scientifici hanno individuato aree di specifica indicazione alla PLAY Therapy quali la gestione dell’aggressività, il lutto, divorzio e separazione familiare, i disturbi da deficit di attenzione/iperattività o dello sviluppo e/o della condotta, la disabilità fisica, le difficoltà di apprendimento e la carenza nello sviluppo di relazioni sociali.
Oltre a queste aree tematiche specifiche il benessere psicologico, raggiunto attraverso il gioco, favorisce una migliore compliance terapeutica.


RW: anche per i genitori il gioco può aiutare a superare ed affrontare meglio la malattia del proprio bambino?
Marco Nedbal: Non è distante il bisogno di “distrazione” tra genitore e bambino. Preferiamo considerare bambino e genitori come se fossero una unica entità in quanto la relazione genitoriale è fortemente legata e interagente con quella del figlio e spesso difficilmente distinguibile. E’ frequente osservare che un adeguato approccio relazionale tra personale sanitario e genitore porta a una riduzione dell’ansia anche del bambino.
Se al momento dell’accesso al Pronto Soccorso o al ricovero mostriamo una facciata caratterizzata da un ambiente adeguato alle necessità di un bambino di muoversi e giocare e di fornire supporto alla famiglia grazie ai volontari riduciamo il problema di accettazione complessiva dell’evento negativo. La nostra struttura è caratterizzata da splendidi disegni, colori e stanze accoglienti (camere singole con letto per genitore e bambino con bagno e televisore), una splendida sala giochi,  presenza di soggetti volontari preparati a supportare i bisogni dei genitori (momenti di igiene personale, di riposo, di comunicazione con gli altri componenti famigliari).
Qualche sorriso o una risata insieme agli altri genitori, quando vi sono momenti organizzati di gioco, favoriscono un benessere generale e possono rendere gradevole perfino un ambiente ospedaliero.